“Mettere in corpo il Vangelo”

Hugo Vera, salesiano coadiutore (Argentina)
Conferenza tenuta durante il Congresso Internazionale di Maria Ausiliatrice 2019 (Buenos Aires) 

Con il mio intervento vorrei proporre un esercizio contemplativo e orante della figura del nostro fratello Artémides attraverso un’icona che vuole rivelare i suoi tratti di santità incarnata/”acuerpada”.

Credo che, per vari motivi, nella spiritualità cristiana il corpo ha avuto più volte una stampa contraria. Non è difficile trovare nella storia percorsi spirituali che promuovessero la sottomissione, se non l’abbandono, della condizione corporea con cui siamo in vita. Tuttavia, e questo vuole essere un primo appello alla nostra impegnata ricerca di una spiritualità salesiana e giovanile per questi tempi, il mistero centrale su cui si fonda la nostra fede in Gesù e nel suo Regno ci ricorda che “il Verbo si è fatto carne e ha abitato in mezzo a noi” (Gv 1,14) “nato da donna” (Gal 4,4). Per questo credo che non sia possibile pensare o proporre la contemplazione di una spiritualità che “non mette il corpo” a disposizione dell’opera che Dio fa in noi. Né, credo, possiamo permetterci una vita spirituale che non fa come Gesù: “mette in corpo” le parole, gli atteggiamenti e le azioni a cui si impegna a seguire il cammino del suo Vangelo.

È questo il caso, se così posso dire, che credo di aver scoperto nella vita del nostro caro salesiano fratello , il Beato Artémides Zatti, l’infermiere santo della Patagonia, parente di tutti i poveri. Voglio invitarvi ad entrare nel mistero della sua santità fortemente incarnata, appresa nella gioia della buona novella rivelata nella carne sofferente di tanti, soprattutto bambini, giovani e poveri, che hanno trovato sollievo nel suo “corpo donato” al servizio sollecito, impegnato e perfino spericolato della salute degli ultimi.

Guardiamo, dunque, alla finestra luminosa di questa icona di Zatti, nostro fratello.

Al centro dell’icona è la figura del Beato Artémides Zatti contemplata nel suo atteggiamento evangelico di “buon samaritano” a favore dei poveri e dei malati della Patagonia. Fratello Zatti si china su un dolente, “abbassato al dolore”, offrendogli conforto e aiuto. Alcune caratteristiche di ciò che ci esprime la sua figura corporale: 

Postura: con un ginocchio appoggiato a terra e l’altro che funge da schiena per il malato, mostra una doppia azione che ricorda il buon pastore, solleva e sostiene. Tutto il corpo è inclinato, mostrando sollecitudine e riverente venerazione per gli indifesi. Allo stesso tempo, l’altro ginocchio è in atteggiamento di riverenza, di adorazione e anche di gesto serviziale del Signore Gesù che assapora la dignità di essere servo.

Volto: il volto è sereno, pacifico, con la gioia del Vangelo che si riflette nel caratteristico sorriso sereno di Zatti. I loro occhi sono rivolti ai malati, ma allo stesso tempo sono collocati in altre realtà, contemplano il mistero di Cristo nei malati senza rimanere nell’umano. Rompono il velo (estasi dell’azione, tipica della spiritualità salesiana). 

Mani: accompagnano il gesto delle gambe. La sinistra, dai tratti chiaramente femminili, porta un rosario e rende visibile la dimensione mariana dell’azione del Beato. Non è lui che aiuta, è l’Ausiliatrice, la Madonna di Don Bosco. Lo aveva capito molto chiaramente quando promise a Maria che se avesse guarito dalla tubercolosi si sarebbe dedicato con tutte le sue forze alla causa degli ammalati dell’Ospedale San Giuseppe, come glielo aveva suggerito Don Garrone. Quindi, quella mano è quella che solleva le gambe del malato. L’altro, quello di destra, è appoggiato sulla testa del bisognoso, in un atteggiamento paterno di consolazione, dando forza, coprendo tutto il cranio. I tratti maschili mostrano affetto ma anche forza. 

Colori: i pantaloni e la cravatta di Zatti sono blu, simbolo di umanità nelle icone. La camicia “celeste” vuole mostrare il cammino di spiritualizzazione del Beato, che non smette di passare attraverso l’umano (blu) anche se è chiarito dalla presenza del Vangelo nel suo cuore (collo e petto). Artémides è “vestito di Cristo”, il suo camice d’infermiere non e soltanto un abito sanitario ma lascia il posto alla memoria dell’abito bianco del Battesimo, di cui la professione religiosa è un’espressione più intima e vitale. Per questo motivo è bianco, simbolo di divinità. Anche la benda che Zatti ha messo sul braccio del malato è bianca: oltre alla salute, offre la salvezza in Cristo. 

Aureola: Zatti indossa l’aureola del glorificato, di colore dorato, ma in essa è iscritto il motivo di questa beatitudine: la sua parentela con tutti i poveri, gli amati dal Signore. Questa è la sua corona e la sua gloria: il servizio ai più bisognosi per l’amore di Gesù. 

 

Per quanto riguarda l’immagine del infermo possiamo apprezzare: 

Caratteristiche facciali: si percepisce chiaramente che il malato è un giovane mapuche che vuole rendere visibile l’amore di Zatti per la Patagonia, la sua predilezione per i giovani abbandonati, tipica del carisma salesiano e la sua estensione dell’azione missionaria sognata da Don Bosco. 

Stimmate: il malato ha le stimmate, è Cristo stesso, per ricordare che il Beato ha contemplato e proclamato la presenza di Gesù nei poveri e nei bisognosi. Basti ricordare quella sua famosa frase ad una Figlia di Maria Ausiliatrice: “Sorella, ho bisogno di una veste per questo Gesù di….. anni”. 

La Passione del Signore continua nei suoi membri sofferenti e Zatti ne è consapevole.

 

Sulla composizione generale degli elementi dell’icona possiamo aggiungere: 

L’immagine di don Zatti con il malato sollevato occupa l’asse verticale della composizione. A complemento orizzontale per descrivere una sorta di croce si trova: a destra la facciata del vecchio ospedale San Giuseppe di Viedma che dovette essere demolito, e causò tanto dolore al Beato. Anche si trova la bicicletta che e stato il mezzo di trasporte per il suo servizio ai poveri e malatti.Sul lato sinistro, formando l’altro braccio della croce, c’è il nome del Beato. 

Don Zatti e il mapuche malato si trovano su un terreno verde che simboleggia la fecondità del ministero intrapreso dal  fratello infermiere santo della Patagonia.

 

Speriamo che tutti coloro che contemplano questa icona possano vedere oltre, con gli occhi della fede, l’azione di Dio in coloro che si lasciano plasmare dallo scalpello del Vangelo e si sentono attratti dall’imitazione di Fratel Artémides e dalla sua graziosa intercessione presso il Signore della Vita.

La santità, la beatitudine, la luminosità spirituale del nostro santo fratello infermieristico passa attraverso l’essere una mediazione concreta perché il Corpo del Signore Gesù, donato sulla croce, si manifesti nella sua presenza corporea, samaritana, medicinale al servizio curativo di tanti corpi sofferenti e vulnerabili in cui egli sapeva vedere, come ripeteva, a Gesù per il quale è sempre necessario “dare il meglio”.